Sono sempre stato palloso e noioso, fin da bambino;
mi facevo troppe domande.
Avevo sempre la testa tra le nuvole, la maestra mi chiamava "Nuvolari". Quando le chiesi chi fosse Nuvolari ci rimasi male nello scoprire che era un pilota. Una semplice assonanza lessicale, quindi? Una cosa così banale?
Non c'entrava nulla con l'essere distratti.
C'era il giornalino di classe, e scrivevo filastrocche orrende che però ai compagni di classe piacevano e volevano pubblicarle sempre. Una volta, ne pubblicarono una molto carina, scritta da una bambina di un'altra classe; ero un po' invidioso, perché era molto più bella delle mie. Il giorno stesso scoprii che la filastrocca era pubblicata su Topolino, e non era stata lei a scriverla. Ma allora perché portarla in classe?
Che soddisfazione c'era a pubblicare una cosa non propria? Questa era la seconda cosa che non capivo.
Pinocchio o i robot? Avevano chiesto a noi bambini di scrivere chi preferivamo, con un breve componimento: successo schiacciante dei robot, a quell'epoca c'erano Mazinga e Goldrake.
Solo che l'iniziativa era partita da qualcuno che voleva promuovere le fiabe tradizionali, Pinocchio in particolare, la maestra ci fece sentire dei vermi perché non eravamo stati affatto carini con il povero Pinocchio.
E io non capivo: dovevamo scrivere quello che pensavamo, o no? E come potevamo confrontare due cose così diverse?
Ancora oggi me lo chiedo.